Se Warren non investe

03Mag09

Warren Buffet, l’oracolo di Omaha, ha cominciato presto a lavorare con i giornali ma la sua visione del futuro dell’industria dei quotidiani è a dir poco nera.

Recentemente l’imprenditore statunitense ha dichiarato che per nessuna cifra acquisterebbe un giornale poiché l’unica certezza è quella di perdite economiche infinite.

Secondo Buffet ora che i quotidiani non sono più necessari ai lettori non sono nemmeno più appetibili dagli inserzionisti pertanto il modello di business viene meno.

Per l’Italia la situazione non è molto differente. Dal rapporto sulla stampa 2006/08 presentato dalla Federazione italiana editori giornali (Fieg) una quindicina di giorni fa, emergono una contrazione del 30% degli utili e un aumento del 100% delle perdite. Percentuali destinate a peggiorare nell’arco di questo anno a causa dei minori investimenti pubblicitari.

L’editoria è destinata a cambiare in maniera sostanziale e in tempi brevi. Alcune delle misure proposte dalla Fieg mi sembrano orientate al mantenimento di un modello che non ha speranze di sopravvivenza.

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3 Responses to “Se Warren non investe”

  1. 1 LCP

    O tempora o mores!

    Ciascuno dice la sua circa i lugubri destini della carta stampata.

    A quanto pare è vero che l’editoria intesa in senso tradizionale versa in condizioni preoccupanti. La presunzione non sempre accettabile è che la soluzione siano i nuovi media e in particolare Internet e derivati diretti.

    Tanto per il piacere di provocare una riflessione nei miei pochi lettori, propongo un interrogativo: non occorrerebbe forse onestamente ripensare il sistema editoria per quello che dice e per come lo dice, invece che prefigurarne la morte certa?

    La carta stampata non avrà molto futuro come “veicolo unico” di informazione, ma la free press spopola a ogni ora del giorno pur se nell’atavica, tradizionalista e naturalmente becera Italietta.
    I giornali si leggono per lo più per una questione di fiducia nel “quomodo” le notizie vi vengano ordinate, nelle opinioni espresse da alcune “firme”, nel livello di affidabilità delle fonti. Roba da poco, forse: ma non sempre (o non ancora) garantita in modo così evidente dal web.

    Ancora, sono anni che si parla di tecniche di scrittura per il web e si insiste sulla (presunta) originalità delle stesse per lingua, stile, modulazione del messaggio, attenzione al destinatario, e via elencando. La rapidità (di calviniana memoria, ma le lezioni americane parlavano di esattezza e di tante altre cose di un certo interesse e non sempre rispettate nella cd web communication o web writing) non è tutto; e la nuova editoria dovrebbe ricordarlo – pensando anche “oltre” il web, magari ponendo in primo piano il “lector in fabula”.

    P.S. Notate bene che “oltre il web” non necessariamente significa web enne-punto-zero, ma magari – chissà – pergamena, papiro, carta a mano di Amalfi. Versione 2.0, naturalmente.

  2. Come sai – perché più volte ne abbiamo parlato – ho sempre sostenuto che “internet e derivati diretti” siano la principale causa dello stato attuale dell’editoria, in particolare di quella giornalistica. Ma non ho mai sostenuto che in essi debba necessariamente risiedere la soluzione.

    Non posso tuttavia negare l’evidenza: nella Rete reperisco tutta l’informazione di cui posso aver bisogno. E gratuitamente. Al di là delle variegatefonti a mia disposizione, ti sottolineo come abbia anche accesso – sempre in via gratuita – a informazione di qualità, articoli di quelle “firme” cui fai cenno tu!

    Questo è un problema (per chi stampa).

    E se fino a poco tempo fa pochi si soffermavano sulle conseguenze di queste nuove modalità di distribuzione, oggi – vuoi per gli effetti della crisi che ha ridotto la principale fonte di introiti, vuoi per cambiamenti imposti dalla sempre più ampia diffusione della Rete – in molti si chiedono quale potrà essere il futuro della carta stampata.

    Clay Shirky sostiene che “there is no general model for newspapers to replace the one the internet just broke”. E temo abbia ragione.

    Tu parli di porre in primo piano il “lector in fabula”. Bene, ci troviamo d’accordo! Un eventuale nuovo modello di business può essere solo legato al lettore. Solo se questi sarà davvero interessato alla nuova proposta editoriale sarà disposto a pagare!

    PS- onorata che la a me tanto cara LCP abbia lasciato un commento 😉


  1. 1 Perdite senza fine : nientearrosto

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